Silenzio ed empatia: necessari nella nostra società. Esempio e caso clinico.

Silenzio ed empatia: necessari nella nostra società. Esempio e caso clinico.

Il 18 settembre 2020 si è tenuto, presso la scuola di psicoterapia SPIGA di Roma, un seminario che ha avuto come oggetto il tema del silenzio. Di seguito, la relazione presentata da L’Albero Bianco:

Il silenzio nella nostra società.

silenzio

Silenzio…..

Il silenzio della nostra società è qualche cosa di rifiutato. Secondo la definizione che ne da il vocabolario Treccani, il silenzio è assenza di suoni, di rumori, una definizione che sottolinea il concetto di mancanza[1]. E la cosa, a pensarci bene, forse non ci meraviglia più di tanto, in quanto la nostra società – una società dell’abbondanza e del superfluo quale siamo –  deplora la mancanza e il difetto.

Una società i cui partecipanti sono abituati a stare nel superfluo e nel consumismo, dove ogni spazio vuoto deve essere riempito a forza con qualcosa anche quando non sia necessario, come può tollerare il vuoto?

Ricordo che mio padre mi raccontava di quando, agli esordi della televisione, a un certo punto della sera le trasmissioni si interrompevano rimandando al giorno successivo il proseguimento del palinsesto: da anni una cosa simile è pressoché impensabile. Il silenzio, il riposo, lo stop delle attività secondo il naturale ritmo circadiano, è banalizzato, rifiutato, sacrificato sull’altare della produzione e dell’attività frenetica a tutti i costi.

Diceva Fromm che anche un ossessivo-compulsivo è sempre in attività ma non è certo attività sana, la chiamava “alienata”[2]. Eppure per la società attuale, come diceva il grande Totò, chi si ferma è perduto.

Nella nostra società frenetica, consumistica e alienata, il silenzio è un nemico.

Ecco dunque che il silenzio diventa il nemico, un vuoto da riempire in tutti i modi, in qualunque modo. Ma perché? Perché fa così paura? Credo che la risposta sia alquanto semplice: noi, in quanto componenti della nostra società, non siamo abituati a stare soli con noi stessi, con i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri sogni, le nostre difficoltà.  Da ragazzini ci piazzavamo (o ci piazzavano) davanti al televisore o ai videogiochi, non ci educavano alla riflessione né alla meditazione. Questi sono aspetti più presenti (forse) in certe culture asiatiche. Dico “forse” perché temo che l’onda nera del frettoloso consumismo sia ormai arrivata anche da quelle parti.

Il silenzio, come tutte le cose, può avere una funzione sia positiva che negativa.

 Qual è la funzione positiva del silenzio?  Anthony De Mello, indiano gesuita e psicologo di derivazione umanistica, ci comunica che nel silenzio noi possiamo vedere. Quando non siamo distratti dal turbinio dei nostri pensieri, delle nostre proiezioni, dai doveri, dai bisogni, allora potremmo veramente vedere[3]. Che cosa? Noi stessi, come siamo fatti veramente, nella nostra vera natura, con tutti i nostri limiti ma anche tutti i nostri pregi. E quando riusciamo a zittire la nostra mente, riusciamo a vedere la realtà e a connetterci con essa in maniera più autentica.

Il silenzio è spesso associato alla  solitudine , condizione dalla quale bisogna sempre e comunque scappare secondo i dettami della nostra società. Ho conosciuto diverse persone che non sopportavano il silenzio dell’appartamento nel quale vivevano da sole, che consideravano insopportabilmente triste il fatto di vivere da sole.

Questo è il silenzio derivante dalla solitudine, questa tremenda situazione con la quale non siamo affatti educati ad avere a che fare ma anzi a fuggirne. Del resto la nostra stessa società comunica che se non fai parte di un gruppo, molto probabilmente accederete per ultimi a pub e discoteche per esempio.

Il silenzio è spesso associato alla solitudine, condizione riprovevole per la nostra società.

Da associazione ad associazione:  solitudine = silenzio = condizione temibile -anche socialmente- dalla quale bisogna solo e soltanto fuggire.

Eppure la solitudine – e quindi il silenzio negativo –  non si cura con la dipendenza dalle persone, ma con un rapporto verace e autentico con la realtà, priva delle distorsioni che noi stessi, come prodotti del condizionamento sociale, operiamo su tutto ciò che ci circonda. Ma un rapporto verace e autentico con la realtà come si può realizzare senza il silenzio? Come potremmo infatti ascoltare una sinfonia in mezzo a un miscuglio cacofonico di suoni assordanti? Ecco che il De Mello invita ad allontanarsi dalle folle schiamazzose, a seguire l’esempio di Gesù Cristo e a salire sul monte allontanandoci dalla frenesia del superfluo entrando in contatto con la realtà e la sinfonia del creato[4], aumentando così la consapevolezza del nostro essere in rapporto  con l’ambiente circostante.

 Il silenzio dunque come via maestra  per accedere a una visione, a un apprendimento della vita oltre le dipendenze, oltre le droghe del consumismo, oltre i preconcetti e i condizionamenti imposti dall’esterno. Non quindi una condizione dalla quale fuggire e da esorcizzare in tutti i modi ma da abbracciare, indagare, esplorare onde poter giungere a un livello più alto di conoscenza della realtà.

Ogni cammino che conduce a Dio (e non mi riferisco all’immagine stereotipata di un anziano con la barba bianca assiso su un trono tra le nuvole) è un cammino fatto di silenzio[5].

 Silenzio è andare oltre le parole e i pensieri.  Perché? Che cosa hanno di sbagliato le parole e i pensieri? Semplicemente sono limitati e limitanti. Riuscireste a spiegare a parole la bellezza di un tramonto a un non vedente fin dalla nascita? Oppure a descrivere il profumo di una rosa? E come si potrebbe descrivere l’esperienza di Dio intesa come raggiungimento della consapevolezza profonda del proprio essere e di quello del nostro prossimo?

Per Gandhi il silenzio è una via per arrivare alla Verità.

 Il silenzio dunque come mezzo per vincere quella tendenza dell’uomo a distorcere la realtà , secondo il Mahatma Gandhi, e quindi come alleato dei seguaci della Verità[6].

La nostra, lo abbiamo detto, è una società che fugge dal silenzio proprio quando potrebbe assumere un connotato decisamente positivo di nuova conoscenza interiore ed esteriore (e questa è la funzione positiva cui accennavo). Eppure siamo certamente pronti a tuffarci nel silenzio quando questo si appresta a esercitare una funzione negativa. Come sottolineato da L. Buscaglia, pedagogista, ci sentiamo a nostro agio in seno a una maggioranza silenziosa[7]. Chi tenta di smuovere le acque, di cambiare, di apportare delle modifiche o semplicemente chi critica lo status quo di una istituzione perché ha il coraggio di denunziare dinamiche e meccanismi non funzionali allo sviluppo della persona, viene visto con sospetto, come un agitatore o un sobillatore. Un  Il silenzio dunque come mezzo per vincere quella tendenza dell’uomo a distorcere la realtà  dunque che abbraccia il silenzio come entità rassicurante: niente agitazione, niente consapevolezza della necessità di un cambiamento, niente conflitto sull’attuare il cambiamento o meno, nessuna presa di posizione coraggiosa: niente, nisba, silenzio-assenso.

Far tutti parte di un assetto già codificato che qualcuno ha istituito molto prima di noi e che il silenzio contribuisce a mantenere è molto rassicurante in effetti. La stessa istruzione fa un egregio lavoro (dal suo punto di vista), quando è capace di produrre esseri umani uniformati tali da poter essere definiti “buoni cittadini”; è concessa sì qualche licenza di pensiero proprio a patto di non esagerare: “La corrente definizione di <buon cittadino> si riferisce a colui che <pensa, agisce e si comporta come tutti gli altri>[8] .

Per Buscaglia, amare se stessi è scoprire, preservare e valorizzare la propria unicità e, se necessario, lottare per questo. Partendo da questo assunto, il silenzio-assenso tipico della conformazione di massa è qualcosa che va addirittura contro l’amore per noi stessi (concetto quest’ultimo troppo spesso confuso con l’egoismo ma questo è un altro tema).

Il silenzio-assenso come manifestazione del conformismo di massa.

 Il silenzio-assenso, in questo caso, blocca dunque la crescita dell’individuo  e, per tornare a Gandhi e a De Mello, ostacola rispettivamente sia la Verità che la consapevolezza della realtà interna ed esterna. Sempre in tema di silenzio- assenso, Fromm ci definiva complici nel silenzio quando, col nostro comportamento opportunisticamente falsato, ci adattiamo alla massa e non denunciamo dinamiche che vanno contro lo sviluppo morale dell’uomo[9]. In questo caso abbiamo il silenzio come mezzo per comunicare indifferenza, difficoltà a intervenire, decadenza dei valori, mancata assunzione di responsabilità, paura e rabbia.

Secondo Marshall Rosenberg, psicoterapeuta umanistico e ideatore della Comunicazione Non Violenta, il silenzio è il messaggio più difficile col quale empatizzare[10]: è facile cadere nella trappola di proiettare sull’altro le nostre paure di essere rifiutati o giudicati in seguito a una risposta silenziosa, dimenticandoci di metterci in comunicazione con i bisogni e i sentimenti significati attraverso quel silenzio.

L’autore racconta che un giorno si trovò, in seguito a una discussione su un profondo tema emotivo, a piangere di fronte al direttore del personale di un’azienda. Quest’ultimo rispose a questo comportamento con silenzio provocando, in Rosenberg, la proiezione della paura di essere stato giudicato negativamente per non essere riuscito a reprimere le proprie emozioni. Con sorpresa dell’autore invece, il direttore del personale affermò che non lo stava giudicando ma anzi che quelle lacrime avevano riscosso in lui il rimpianto di non sapere esprimere a sua volta l’emotività così liberamente, cosa che, probabilmente, avrebbe potuto salvare il suo matrimonio[11].

Questo aneddoto dimostra che il silenzio nelle relazioni, può avere diverse valenze ed è forse anche per la sua ambiguità che risulta così indigesto per la maggior parte di noi. Nel caso narrato poco sopra, Rosenberg aveva in prima istanza fatto una fantasia persecutoria e minacciosa mentre la realtà era tutt’altra; la verità è riuscita a manifestarsi solamente dopo che l’autore riuscì a sintonizzarsi sui bisogni e sui sentimenti stanti dietro a quel silenzio che poteva essere equivocato e distorto dalle proiezioni del terapeuta.

Possiamo inoltre ipotizzare che il direttore era solito usare lo stesso silenzio all’interno della relazione con sua moglie ma non sopportabile dalla consorte: un silenzio raffigurante una piattezza emotiva che portò, dopo anni, al naufragio del matrimonio.

Tale caso ci può fare considerare come il silenzio, proprio per la sua ambiguità, possa essere considerato come una forma di comunicazione che richieda una certa competenza empatica per essere padroneggiata in modo da entrare in contatto con i sentimenti e i bisogni dell’altra persona. Per contro, proprio questa forma di comunicazione ambigua è capace di veicolare delle informazioni altrimenti non sempre comunicabili a parole.

Un caso clinico.

Rosenberg riporta anche un caso clinico[12]. Una volta sottoposero alla sua attenzione una ventenne sottoposta a custodia psichiatrica con vari periodi di ospedalizzazioni ed elettroshock alle spalle. Tre mesi prima dell’invio, la ragazza si chiuse in un mutismo generale oltre alla necessità di dover essere assistita continuamente.

Nell’ufficio di Rosenberg, la ragazza si rannicchiò sulla sedia, tremante mentre fissava il pavimento. Il terapeuta, tentando un collegamento empatico col mondo interiore della paziente disse: “Avverto che sei spaventata e che vorresti assicurarti di essere al sicuro per parlare. E’ così?”. La ragazza non si espresse; silenzio. Il terapeuta continuò dicendo: “Sono molto preoccupato per te e vorrei che mi dicessi se c’è qualcosa che posso dire o fare per farti sentire al sicuro”. Ma la ragazza ancora non diede alcuna risposta. La relazione sembrava si fosse impantanata per 40 lunghi minuti dove Rosenberg continuava a rifletterle i suoi bisogni ed emozioni e ad esprimere le proprie.

A detta di Rosenberg, quel silenzio era davvero tagliente e frustrante: la ragazza non solo non rispondeva ma non dava alcun segno che volesse in qualche modo comunicare – perlomeno a livello verbale – con lui. Alla fine non rimase che comunicarle la sua stanchezza e il suo desiderio di rivederla la volta successiva. Gli appuntamenti seguenti tuttavia furono come il primo: Rosenberg continuava la sua ricerca di contatto cercando di sintonizzarsi empaticamente con le emozioni della paziente, riflettendole quello che lui percepiva e trasmettendole, con trasparenza, a volte a parole, altre volte con il silenzio stesso, un clima di accoglienza non giudicante. Ecco quindi che il silenzio può essere usato dallo stesso terapeuta come strumento per valorizzare l’empatia. Eppure la ragazza continuava a stare sulla sedia, tremando, senza dire nulla.

Il quarto giorno, il terapeuta si avvicinò alla paziente per prenderle la mano sperando che un contatto fisico potesse sbloccare quella situazione. In seguito al contatto, dopo una iniziale ritrosia, Rosenberg averti una leggera distensione mentre egli continuava a parlarle come aveva fatto fino allora ma a parte questo, la ragazza continuò a non pronunciare parola.

La volta successiva, la ragazza continuò a non parlare ma questa volta, dopo essersi seduta, rivolse il pugno chiuso verso Rosenberg mentre girava il volto dalla parte opposta. Il terapeuta intuì che nel pugno c’era qualcosa; le aprì delicatamente la mano e vide un bigliettino con su scritto “Per favore, aiutami a dire che cosa ho dentro”. Era certamente una forma non verbale di comunicare che apriva uno spiraglio con la persona infatti, dopo ancora un’ora di empatica accoglienza, la ragazza espresse la sua prima timida frase. Continuando a rispecchiarla, la paziente, piano piano, continuò a parlare.

Un anno dopo, il dott. Rosenberg, ricevette questo stralcio dal diario della paziente: “Uscii dall’ospedale, via dagli elettroshock e dai farmaci potenti […] i tre mesi prima sono completamente vuoti nella mia mente […] così come i tre anni e mezzo prima […]. Dicono che, dopo essere uscita dall’ospedale, ebbi un periodo a casa in cui non mangiavo, non parlavo e volevo stare continuamente a letto. Avevo cominciato a “svegliarmi” fin da quella prima seduta con lui [il dott. Rosenberg, Ndr]. Avevo cominciato a condividere con lui le cose che mi turbavano, cose che non avrei mai sognato di dire a nessuno. Ricordo quanto questo significò per me. Era difficile parlare. Ma al dott. Rosenberg importava di me, lo dimostrava e io volevo parlare con lui. Ero sempre contenta dopo che avevo lasciato uscire qualcosa.”

Questo caso dimostra come dietro un “semplice” silenzio, si possa celare un intero universo fatto di aspetti inquietanti, di disagi, di difese ma anche di potenzialità da scoprire e valorizzare. Quando ho letto di questo caso, mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se al posto di un terapeuta sensibile e di esperienza come Rosenberg, ci fosse stata una persona che si fosse lasciata prendere dallo sconforto, dalla frustrazione, dalla rabbia, dall’ansia da prestazione. Magari quel silenzio sarebbe stato interpretato come una barriera invalicabile da superare contribuendo così ad alimentare il circolo vizioso dei farmaci e addirittura degli elettroshock.

Il silenzio nelle relazioni di tutti i giorni.

Abbiamo già detto di come il silenzio il più dello volte assuma un’accezione negativa in questa nostra società consumistica che aborrisce il vuoto e l’ambiguità, eppure il silenzio ha una forte valenza di accettazione, se ovviamente posto in un certo modo come nel caso dell’ascolto passivo. L’ascolto passivo può così definirsi un messaggio non verbale di accettazione molto efficace: astenersi dal comunicare può, in realtà, comunicare qualcosa.

Il silenzio può servire anche ad aumentare l’empatia con l’altro.

Nel seguente dialogo tratto dal libro “Genitori Efficaci” di T. Gordon[13], possiamo trovare un brillante esempio di uso empatico del silenzio, quello appunto che potremmo definire ascolto passivo:

  • Figlia: Oggi mi hanno mandato dal vicepreside.
  • Genitore: Ah si?
  • Figlia: Già. Il prof. ha detto che chiacchieravo troppo.
  • Genitore: Capisco.
  • Figlia: Non lo sopporto più quel rudere. Si siede in cattedra a parlare dei suoi guai o dei suoi nipoti e si aspetta che noi ci interessiamo, non puoi immaginare quanto è noioso!
  • Genitore: Hm-mmmm.
  • Figlia: Non si può stare in classe seduti a non fare nulla! Ti fa venire i nervi. Così, mentre lui parla, io e Rosa ci mettiamo a scherzare tra noi. Credimi, è l’insegnante peggiore che ti possa capitare. Non li sopporto gli insegnanti incapaci.
  • Genitore: (silenzio).
  • Figlia: Riesco bene con quelli bravi ma se me ne capita uno come quello, non mi va di imparare niente. Ma perché permettono a tipi come lui di insegnare?
  • Genitore: (fa spallucce).
  • Figlia: Forse è meglio che mi ci abituo, tanto non posso pretendere che mi capitino sempre insegnanti bravi. Quelli mediocri sono di più e se mi lascio condizionare da quelli mediocri, rischio di non raggiungere la media che mi serve per avere la borsa di studio. Così mi do la zappa sui piedi.

Nella vignetta illustrata, il silenzio è presente in maniera preponderante da parte del genitore. Certo, a primo impatto si potrebbe anche pensare che il silenzio del genitore non sia frutto di una attenzione accogliente ma di un comune menefreghismo; ecco perché, come canale di comunicazione non verbale, il silenzio che caratterizza l’ascolto passivo deve essere connotato da altrettanti componenti non verbali come lo sguardo, la postura ed espressioni facciali adatte.

Fatta questa doverosa premessa, notiamo che l’ascolto passivo denotato dal silenzio accogliente del genitore, ha permesso alla figlia di potersi esprimere liberamente senza essere giudicata. La ragazza ha avuto così modo prima di tutto di sfogare la propria frustrazione nei confronti del suo insegnante ma anche successivamente di valutare adeguatamente la situazione considerando le conseguenze che avrebbe qualora continuasse a reagire allo stesso modo.

L’accoglienza empatica data dal silenzio, ha permesso alla ragazza non solo di essere accettata ma anche di crescere acquisendo consapevolezza dei propri sentimenti, bisogni e trovando da sola la soluzione. Potremmo anche affermare che il “semplice” silenzio accogliente del genitore, ha permesso la soggettivizzazione della figlia in tutta la situazione.

Cosa sarebbe successo se il genitore avesse reagito con una delle seguenti frasi?

  1. Che cosa? Sei stata mandata dal vicepreside?! Oh, mio Dio!
  2. Bene, che ti serva da lezione!
  3. Ma questo professore non sarà poi così terribile, no?
  4. Tesoro, dovresti imparare a controllarti.
  5. Ti conviene imparare ad adattarti a tutti i tipi di insegnante!

Queste risposte non solo non avrebbero certo contribuito a creare l’ ambiente accogliente di cui sopra, ma avrebbero addirittura comunicato, sotto un canale secondario sommerso ma pur sempre presente, giudizio (la 1a e 2a risposta), svalutazione della frustrazione della figlia (la 3a risposta) e mancanza di fiducia nelle capacità della ragazza di risolvere la questione e imparare qualcosa da tutta la vicenda (la 4a e 5a risposta).

Ecco che, paradossalmente, il non dire nulla e il non fare nulla, può comunicare accettazione e dove c’è accettazione, si creano le condizioni per una crescita costruttiva e un cambiamento.

Note.

  1. http://www.treccani.it/vocabolario/silenzio/
  2. Avere o Essere, Erich Fromm, 2010, Oscar Mondadori, pag. 104.
  3. Chiamati all’amore, Anthony De Mello, 1998, Paoline editoriale libri, pag. 91.
  4. Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, Anthony De Mello, 1996, Piemme.
  5. Istruzioni di volo per aquile e polli, Anthony De Mello, 1997, Piemme, pag. 10.
  6. La mia vita per la libertà, Mohāndās Karamchand Gandhi, 1988, Grandi tascabili economici Newton, pag. 69.
  7. Amore, Leo Buscaglia, 1985, Arnoldo Mondadori Editore Spa, pag. 148.
  8. Amore, Leo Buscaglia, 1985, Arnoldo Mondadori Editore Spa, pag. 148.
  9. L’amore per la vita, Erich Fromm, 1984, Arnoldo Mondadori Editore Spa, pag. 164.
  10. Le parole sono finestre [oppure muri], Marshall B. Rosenberg, 2003, Esserci edizioni, pag. 154.
  11. Le parole sono finestre [oppure muri], Marshall B. Rosenberg, 2003, Esserci edizioni, pag. 154.
  12. Le parole sono finestre [oppure muri], Marshall B. Rosenberg, 2003, Esserci edizioni, pag. 155.
  13. Genitori Efficaci, Thomas Gordon, 2014, Edizioni La Meridiana, pag. 32.
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