Il CASO: Senso di colpa e colpa reale.

Il CASO: Senso di colpa e colpa reale.
Qui trovate l’audio dell’articolo sottostante.

IL CASO.

Giovanna vive coi suoi genitori e ha quasi 27 anni. Sente il bisogno di provare ad andare a vivere per conto suo anche se non ha un posto di lavoro fisso; il richiamo della libertà, dell’indipendenza e la voglia di dirigersi verso nuovi orizzonti è tuttavia molto forte. Nella sua situazione abitativa attuale inoltre, non è libera di viversi con intimità il rapporto con il suo ragazzo o con le sue amiche e i genitori risultano per lei piuttosto oppressivi e controllanti.

Tutto sembrerebbe spingerla ad andare verso la direzione dell’indipendenza eppure qualcosa la blocca: un senso di colpa combinato a paura che vive in modo particolarmente intenso soprattutto quando viene preso questo argomento scottante con i suoi genitori. Questi non perdono occasione per richiamarla all’ordine dicendole che non saprebbero come fare se non ci fosse lei e che una figlia cosciente non si comporterebbe in questo modo. Il problema è che lei crede che questi siano tutti dei pretesti che celino la verità: che i suoi genitori non  sappiano vivere una vita per conto loro e abbiano bisogno di una continua stampella. Eppure Giovanna vuole vivere una sua vita ma come regolarsi col senso di colpa che sente?

Il senso di colpa è la percezione della differenza fra ciò che una cosa è e ciò che dovrebbe essere.

L’arte del counseling, Rollo May, Astrolabio, 1991 pag. 29

Senso di colpa e colpa reale.

Il senso di colpa fa parte del nostro condizionamento culturale e con questo non voglio certo dire che sia una cosa naturale nè tantomeno positiva. Il nostro sistema educativo, che certo non si basa sulla libertà e sull’esaltazione delle peculiarità individuali, si basa, per grandissima parte, proprio sul senso di colpa che, lo anticipo ora, è ben diverso dalla colpa reale.

senso di colpa
Il giudizio è alla base del senso di colpa.

In perfetta linea con i romanzi d’epoca che descrivevano realtà distopiche come il pregevole “Il mondo nuovo” di A. Huxley, i condizionamenti sociali e culturali che abbiamo incorporato nel nostro essere, sono diventati automatismi talmente oliati e nascosti alla nostra consapevolezza, da apparirci come naturali e addirittura innati. Dei veri e propri assiomi.

Il sistema educativo (familiare e scolastico), è una sorta di livella che, come diceva il grande Totò (rif. “‘a livella” ), rende tutti uguali. In questa massificazione che non lascia spazio alla libera espressione del singolo individuo, chi ha capacità superiori a una certa soglia definita dai programmi scolastici, viene frustrato, mentre chi ha difficoltà oppure semplicemente preferirebbe altri metodi di insegnamento, non riesce a reggere il passo. In questo stato di cose, la personalità e le capacità dei più dotati vengono fiaccate quando le loro peculiarità vanno contro il sistema educativo rigido, prefissato e castrante. In che modo avviene questa frustrazione? Agendo proprio sull’instillazione di un senso di colpa: “non ti conformi alle regole sociali/culturali/educative quindi sei un ragazzo cattivo”.

Altresì, si agisce sempre sulla generazione del senso di colpa per obbligare chi ha difficoltà (che poi sono coloro che invece si troverebbero benissimo in un sistema più umanistico), a raggiungere almeno il livello medio previsto dal sistema. In entrambi i casi, c’è uno scarsissimo interesse per le caratteristiche, le tendenze e i tempi dell’individuo al quale viene solo richiesto di conformarsi e di competere con tutti gli altri. Altri metodi di insegnamento non sono contemplati se non nell’ambito di programmi specifici per chi ha oggettive difficoltà di apprendimento. 

I condizionamenti interiorizzati fin da piccoli determinano il senso di colpa.

Solo chi si conforma perfettamente e non crea problemi al sistema, non ha a sua volta problemi e viene definito un bravo figlio e un bravo studente e più tardi un bravo cittadino, un bravo lavoratore, un bravo marito etc. etc. Tutti gli altri sono definiti teste calde, sfaticati, polemici, oppositivi etc. etc.

In parole povere: tutto quello che rientra entro certi parametri viene definito normale mentre quello che se ne discosta, viene definito “anormale, strano, problematico, polemico, rabbioso” etc etc; le definizioni che la nostra società ha ideato per identificare i comportamenti che sfuggono alla media, sono numerosissime.

Il senso di colpa quindi è una forma di manipolazione che la società usa per assoggettare gli individui a un certo ordine1 (come le strutture religiose basate su una declinazione autoritaria della spiritualità) e la sua efficienza è data proprio dal fatto che è un condizionamento talmente interiorizzato a livello intracellulare -per usare una metafora- da risultare un pericoloso assioma per la persona.

Giudicare ed incolpare sono diventati per noi una seconda natura.

Le parole sono finestre [oppure muri], M.B.Rosenberg, Esserci edizioni, 2018, pag. 191

Certo, si potrebbe affermare che comunque il senso di colpa, che scaturisce dalle proibizioni che riceviamo dall’esterno -e che va a strutturare il Supero-Io2-, assolva in qualche modo la funzione pratica di tenere sotto controllo certi impulsi dell’uomo che altrimenti sarebbero dannosi per la comunità. Per certi versi è anche così. Abbiamo parlato però di “pericoloso assioma”. Il pericolo è dato dal fatto che l’uomo non dovrebbe astenersi dal compiere atti contro la società per paura di provare un forte senso di colpa: non li dovrebbe commettere per un senso etico e morale. Da una parte infatti abbiamo una astensione basata sulla paura (l’obiettivo di non provare il senso di colpa), dall’altra una astensione basata sulla scelta libera di non fare il male.

In una società che fa delle proibizioni basate sul dolore e sull’aggressività il proprio zoccolo duro sul quale basare le sue relazioni sociali, non appare assurdo che la persona incameri questo senso di colpa fino a permeare pericolosamente e distruttivamente anche altri aspetti del proprio carattere.

Il senso di colpa è usato molto diffusamente, purtroppo, anche all’interno delle relazioni familiari; i genitori stessi, dopo aver usato il potere coercitivo sui figli (il “Potere su…”), si possono sentire in colpa. Ecco che le  razionalizzazioni spuntano come funghi: espressioni del tipo “Lo abbiamo fatto solo per il tuo bene”, oppure “Un giorno ci ringrazierai” o ancora “Quando un giorno avrai dei figli, capirai perché dobbiamo impedirti di fare certe cose”, vengono comunemente usate per fugare all’istante non solo il senso di colpa ma anche la colpa reale dei genitori nei confronti dei figli3.

La razionalizzazione all’odio, all’aggressività e all’uso del potere coercitivo, si trasmette con lo stesso meccanismo alla società tutta allorché, come affermava E. Fromm “[…] la minoranza dominante […] deve odiare le masse per soffocare il proprio sentimento di colpa e comprovare la legittimità del proprio comportamento oppressivo4.

Il senso di colpa deriva dalla mancata adesione ai dettami della società

Ma siamo veramente colpevoli? A. Mercurio afferma che in fondo a un senso di colpa c’è sempre una colpa reale ma non quella che possiamo immaginare noi. Se, infatti, il senso di colpa deriva da un Super-Io o da un ideale dell’Io e scatta quando non ci comportiamo nei modi in cui la società si aspetta, la colpa reale deriva invece dal Sè, la parte più profonda e più saggia della persona. Ma qual è questa colpa reale ? Quella di non fare niente per essere liberi, per assumere consapevolezza di questi meccanismi, per non crescere e per non evolvere in individui maturi. Se il Super-Io infatti rappresenta le proibizioni esterne (genitoriali e culturali), il Sè tende a far evolvere l’individuo connettendolo con la sua parte più autentica e profonda in modo da far emergere la sua verità. Siamo quindi realmente colpevoli di impedire il nostro personale processo di crescita, non di non conformarci ai dettami conformistici della società come vorrebbe imporci il Super-Io o l’ideale dell’Io.

Altra tematica direttamente legata al senso di colpa/colpa reale è quella della  perfezione : l’individuo deve essere efficiente, produttivo, rispondere a un certo modello funzionale, fare determinate cose e farle al meglio delle sue capacità. A parole si afferma che “si impara dai propri errori” ma sbagliare viene considerato, di fatto, una grave deficienza. “Tutti sbagliano”, sì, però nella pratica lo sbaglio viene fortemente criticato. Questo è un altro atteggiamento ipocrita nei confronti dell’imperfezione umana che abbiamo incamerato fin dalle scuole primarie, figlio di una cultura pervasa dalla produttività consumistica industriale dove l’uomo, alienato da se stesso5 è ridotto a una macchina. Il pegno da pagare per l’imperfezione è il senso di colpa; in questo modo la società si è assicurata un altro individuo dedito alla “macchina sociale”.

Se l’uomo interrompe la sua ricerca […] egli corteggia il diavolo, giacché non è accordata alcuna requie alla diuturna lotta per il divenire. Amore, L. Buscaglia, A. Mondadori Editore, 1985, pag. 14

Nel caso illustrato a inizio articolo, possiamo osservare  un esempio pratico della differenza tra colpa e senso di colpa : prendiamo Giovanna che vive col padre e con la madre e che sente di essere completamente oppressa da loro. Questa ragazza ad un certo punto dice a se stessa “Io lascio la casa dei miei genitori e vado a vivere per conto mio”. Cosa può scattare a questo punto? Il senso di colpa. Può pensarlo e farlo tranquillamente? Probabilmente no, perché si sentirebbe tremendamente in colpa nei confronti dei suoi genitori. Questo è il senso di colpa.

Ammesso e non concesso che sia giusto farlo, potremmo provare a smantellare questo senso di colpa e dirle “No, non c’è colpa, è giusto che tu vada a vivere per conto tuo”. Quindi in questo caso il senso di colpa è una colpa fittizia indotta dal Super-Io e non una colpa reale nei confronti del padre e della madre. Dov’è però la colpa? La colpa c’è ed è la colpa della ragazza nei confronti di se stessa; e questa è una colpa reale.

Accettare ed elaborare la colpa reale, rende liberi e apre la via all’evoluzione.

E’ una colpa reale nei confronti di se stessa in quanto ella mortifica il suo sviluppo personale, ma è anche una colpa nei confronti degli altri perché questi, di fatto, soffriranno della mancata autonomia di questa persona che è calata nella comunità (famiglia, cerchia di amici, partner….);

Così l’uomo alienato si sente colpevole per esser se stesso e per non essere se stesso, per essere vivo e per esser un automa, per esser una persona e per essere una cosa. Psicoanalisi della società contemporanea, E. Fromm, Edizioni di Comunità, 1981, pag. 201

Ma è tuttavia presente anche una colpa reale nei confronti dei genitori: se i genitori sono oppressivi, ne segue che sono colpevoli di non lasciare libera la loro figlia Giovanna e questa, restando succube dei genitori, contribuisce a mantenerli nella loro colpa.

Questo è un caso, piuttosto comune, dove addirittura colpa e senso di colpa sono antitetici: il senso di colpa induce la ragazza a rimanere invischiata in una situazione disfunzionale per il suo sviluppo, mentre la colpa reale (quella verso se stessa e che il suo Sè le fa sentire profondamente), spinge invece per il suo sviluppo.

Tra l’altro, fare qualcosa per evitare si sentirsi in colpa, non è vero amore,nè verso se stessi, nè verso gli altri6.

La colpa reale invece, se riconosciuta, accettata e perdonata, può avere risvolti molto positivi in quanto permette di evolvere, di superare i propri errori e di incamminarsi verso uno sviluppo più autentico per noi stessi.

Conclusioni.

Come regolarsi allora? Anche in questo caso un’autoanalisi e un faro di consapevolezza acceso sui nostri automatismi indotti, ci può aiutare a discernere tra la colpa reale e il senso di colpa prodotto da condizionamenti esterni. Ci sono alcune domande che possono aiutarci in questo: “quello che sto facendo è giusto e sano per il mio sviluppo?”; “Il senso di colpa che sento in seguito alla reazione di qualcuno è una vera colpa o solo frutto di una mia mancata corrispondenza a un suo modello comportamentale predefinito?”.

L’unico vero ago della bussola è il dialogo autentico tra il nostro Io e il nostro Sè.

Note.

  1. Le parole sono finestre [oppure muri], M.B. Rosenberg, Esserci edizioni, 2018, pag. 177.
  2. Amore, Libertà e Colpa, A. Mercurio, Sophia University of Rome, 1999, pag.31.
  3. Genitori efficaci, T. Gordon, edizioni la meridiana, 2014, pag. 107.
  4. L’amore la vita, E. Fromm, A.Mondadori Editore Spa, 1984, pag. 162.
  5. Avere o essere?, E. Fromm, Oscar Mondadori, 2010, pag. 104.
  6. Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, A. De Mello, Piemme, 1996, pagg. 30-31.
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Albero_Bianco

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