La Comunicazione Non Violenta (CNV) nella relazione genitore-figli.

La Comunicazione Non Violenta (CNV) nella relazione genitore-figli.

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Definire la violenza.

Non si può parlare di CNV se prima non ci fermiamo qualche secondo per definire la violenza. 

Comunicazione non violenta

La  violenza  viene descritta, dal  dizionario di Google fornito da Oxford Languages, come una forza impetuosa e incontrollata e come una azione volontaria -ma io aggiungerei anche involontaria- esercitata da un soggetto nei confronti di un altro in modo da obbligarlo ad agire secondo la sua volontà. 
La definizione che più ci interessa in questo ambito per ora è la seconda: “obbligare un soggetto a fare qualcosa contro la sua volontà”; fermiamoci qualche secondo a riflettere su questo concetto.

I personaggi della Comunicazione Non Violenta.

Andando avanti, vediamo quali sono i personaggi e gli studiosi che prenderemo in considerazione in questa introduzione sulla CNV. 

Nella slide vediamo innanzitutto Gesù di Nazareth, qui interpretato dall’attore R. Powell nello sceneggiato “Gesù di Nazareth” di F. Zeffirelli. Abbiamo poi il Mahatma Gandhi, il profeta della non-violenza, lo psicoterapeuta M. Rosenberg, l’ideatore della CNV e lo psicologo clinico T. Gordon, ideatore del cosiddetto “Metodo Gordon” molto affine alla CNV di Rosenberg. 

Entrambi infatti sono stati collaboratori di C. Rogers, il fondatore della psicologia umanistica che basa il suo approccio sull’empatia e sull’accoglienza incondizionata della persona. 

Il potere.

Quando si parla di comunicazione e di relazioni interpersonali, non si può non parlare del  “potere“ .

Ci sono due tipi di potere, qui rappresentati da due icone molto forti: il “potere su…” e il “potere di…, potere con…”. 

Il “potere su…” è il tipo di potere sul quale si basa la nostra società attuale e tutti i regimi dittatoriali (da qui l’immagine di Hitler). Nel “potere su…” io ho un potere sull’altra persona. Posso vessarla, posso schiavizzarla, la rendo dipendente, la faccio stare nell’ignoranza, le impongo il mio volere. Non mi interessa quello di cui l’altro ha bisogno, le sue aspirazioni e le sue peculiarità o se mi interessano è solo perché devono servire ai miei fini. 

La competizione che deriva dal potere.

Il “potere su…” va a braccetto con la  competizione : le persone competono tra loro per avere più potere e questo porta alla violenza, alla mancanza di empatia finanche di umanità. Tutto, pur di ottenere più potere sull’altro. 

I modelli di relazione e di comunicazione attuali purtroppo, si basano su questo assunto. Basta accendere qualche minuto di TV-spazzatura per rendersene conto: le persone sono gettate in questi salotti dove non interessa la discussione costruttiva ma la violenza che deriva da quanto uno riesca a prevalere sull’altro. Non è ammessa più la violenza fisica come nell’antica Roma ma è rimasta quella psicologica e il peccato morale di veicolare, soprattutto presso le generazioni più giovani, modelli di relazioni interpersonali basate sulla violenza: io devo prevaricare su di te, stop!

Nella parte destra della slide, rappresentata dalla amorevole figura di Madre Teresa di Calcutta, abbiamo il “potere di…., potere con…”. Che vuol dire? Vuol dire potere di farti sviluppare e di svilupparmi, di accogliere te ma anche me, di crescere insieme e di fare qualcosa con te per entrambi noi. Non c’è uno stare sopra e uno stare sotto; siamo sullo stesso piano e quindi, piuttosto che competere, cooperiamo, collaboriamo

Come si vede, i due tipi di potere sono molto diversi: l’uno porta alla soggiogazione, l’altro allo sviluppo; l’uno conduce alla schiavitù, l’altro alla libertà.

L’empatia e l’amore.

Altri aspetti fondamentali nella CNV sono l’empatia e l’amore incondizionato. 

Cos’è  l’empatia : Rosenberg la definisce uno “svuotare la mente e ascoltare con tutto il nostro essere[1] . Potremmo aggiungere che è un entrare in risonanza con l’altro una volta che avremo fatto spazio dentro di noi per la realtà dell’altro. 

 L’amore incondizionato  invece, è quello ben rappresentato dall’ amore di una madre: non ama il suo bambino perché corrisponde a un modello prescritto o perché fa o non fa questo o quello; lo ama semplicemente perché E’ suo figlio. 

L’amore incondizionato è avulso dal giudizio di valore. Nella slide possiamo vedere un estratto dal Vangelo di Giovanni quando Gesù si rivolge all’adultera la quale, pochi attimi prima, stava per essere lapidata dicendole: “Neppure io ti condanno. Va e non peccare più[2].

La relazione genitore-figlio.

La relazione genitore-figlio è particolarmente significativa e complessa anche perché si incastra nella più larga relazione familiare dove è opportuno che ci siano ruoli sì definiti ma non troppo. Perché questo? Perchè avere separazioni troppo nette nei ruoli familiari può far assomigliare la famiglia più a una fredda gerarchia militare che non a un caloroso nucleo di persone che si amano.

Altresì, non si deve fare l’errore di cadere nel polo opposto: dei ruoli talmente diffusi che non si sa più, ad esempio, chi è la madre e chi il figlio. Inversioni di ruolo di questo tipo infatti, possono portare alla genesi di diversi disturbi nel figlio che si ritrova a fare il genitore del proprio genitore, assumendosi compiti del tutto inopportuni per la propria età e, appunto, per il proprio ruolo di figlio. 

Ma un genitore deve sempre essere infallibile? Bhè, vi rassicuro: no! Anzi, è auspicabile che sia del tutto fallibile come tutti noi per vari motivi che qua accenneremo soltanto. 

I genitori sono essere umani, non divinità.

T. Gordon, 1970

Non si può essere (e non c’è bisogno di esserlo) sempre coerenti. I nostri figli sanno che sbaglieremo, che non potremmo essere perfetti. 

E questo si traduce in una importante lezione per loro: comprendere, tramite esperienza vissuta attraverso il genitore, che la fallibilità non è un peccato, che l’errore ci può e ci deve essere (una cosa che suona quasi come una blasfemia in una società ossessionata dalla competizione come la nostra!). 

Tramite l’errore del genitore, il figlio apprende che, per lo sbaglio, c’è possibilità di riparazione; apprende che non è una cosa umiliante chiedere scusa e apprende a non giudicarsi negativamente se non risulta efficiente come questa assurda nostra cultura vorrebbe inculcargli in testa. Apprende, in una sola parola, a essere umano ed empatico. 

Questo vuol dire che il genitore debba sbagliare coscientemente o che se ne può fregare dall’essere un buon genitore tanto poi si ripara alla cosa? Ovviamente no. L’ importante è che il genitore abbia consapevolezza dei propri sentimenti e si riservi la forza di essere sempre sincero, verso se stesso e verso i figli, usando magari la CNV.

Sullo stesso tema, sono i rimanenti punti della slide che vediamo: le rotture della sintonia genitore-figlio possono essere riparate successivamente[3] , mentre nomineremo soltanto il famoso pediatra D. Winnicott il quale espresse il concetto di madre “sufficientemente buona” capace, oltre che di accogliere, di fornire la giusta dose di “frustrazioni necessarie” al figlio in modo ovviamente non traumatizzante.

Introduzione alla CNV.

La Comunicazione Non Violenta (CNV), è un nuovo modello interattivo, un nuovo modo di comunicare e di porsi nei confronti dell’altro. Dico “nuovo” perchè pur essendo stato teorizzato anni fa, la società non sembra mai averlo considerato con i deleteri effetti che tutti noi abbiamo sotto agli occhi. 

Nella CNV le componenti fondamentali sono 4: 

1)  Osservazione : comunichiamo quello che osserviamo fisicamente e che crea una influenza sul nostro benessere. Comunichiamo quello che potrebbe essere, per usare le parole di Rosenberg, registrato con una videocamera senza aggiungere giudizi di valore. Es: diremo “Hai comprato un maglione di colore viola” invece di dire “Hai comprato un orrendo maglione di colore viola, sei impazzita?

2)  Sentimenti : comunichiamo come ci sentiamo in quel momento riconoscendo che i sentimenti e le emozioni che stiamo provando sono nostri, non dell’altro. Es: “Mi sento triste perchè ho dei ricordi spiacevoli legati al colore viola”. 

3)  Bisogni, valori, desideri : comunichiamo quali sono i nostri bisogni, valori o desideri in quel momento. Es: “Avrei bisogno di non vedere quel maglione viola, soprattutto in questo periodo”. 

4)  Richieste : comunicare in modo positivo, chiaro e diretto quello che vorremmo che la persona facesse. Es: “Saresti disposta a non mettere quel maglione viola nella mia parte d’armadio?”. Oppure: “C’è un modo perchè io non veda quel maglione viola nel mio armadio senza che tu sia troppo sacrificata nel riporre i vestiti?”. In questo secondo caso, l’altra persona viene resa partecipe della ricerca comune di una strategia che possa soddisfare i bisogni di entrambi. 

Va poi ricordato che una richiesta non è una pretesa. Qual è la differenza? Che una richiesta accetta anche un “no” come risposta mentre non è lo stesso per la pretesa la quale vuole sentirsi dire solo “si”. 

Nella formulazione di una richiesta, la persona lascia all’interlocutore la libertà di accettare o non accettare; non è ovviamente così per la pretesa. 

E’ possibile  crescere i bambini con la CNV?  Assolutamente sì. La cosa importante tuttavia è mantenere l’equilibrio; come sempre “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. 

Ai due poli infatti, destra e sinistra, c’è sempre l’azione di una violenza: al polo di destra c’è la coercizione esercitata dal “potere su….” dei grandi sui piccoli mentre al polo opposto, quello di sinistra, la permissività che non fornisce regole e confini al ruolo del figlio. 

In entrambi i poli abbiamo un perdente: alla destra lo è il figlio che non si vede riconosciuto, rispecchiato e rispettato nei suoi bisogni e valori; alla sinistra il perdente è il genitore stesso che si vede sminuito nel suo ruolo, in balia degli umori del figlio. Analogamente, in questo caso, il genitore non riesce a far valere i propri bisogni e valori nella relazione col figlio il quale, via via nel tempo, capisce di avere anch’egli un “potere su…” sul genitore. 

Questa dualità è stata ben descritta da Gordon il quale indicava due metodi per relazionarsi coi figli comunemente usati dalla gente: nel I Metodo il genitore vince e il figlio perde (polo di destra nella slide) mentre nel II Metodo il genitore perde e il figlio vince (polo di sinistra). In entrambi i casi si scatena una lotta (competizione) per il potere sull’altro[4] .

La CNV si pone a metà strada, corrispondente al III Metodo di Gordon dove cioè non ci sono vincenti o perdenti ma solo persone che cooperano per il bene comune. In che modo?

Innanzitutto riconoscendo   i limiti del sistema di ricompense e punizioni , l’unico che la nostra società purtroppo riesce a concepire nell’educazione dei propri figli. 

A proposito: sapete che questo sistema deriva dagli studi sull’addestramento degli animali? Diremo solo questo; a buon intenditor, poche parole.

Quali sono i limiti del sistema di ricompense e punizioni? Prima di tutto che il bambino faccia o non faccia le cose non perché senta o non senta, ma semplicemente per evitare una punizione o per accaparrarsi una ricompensa. La motivazione quindi passa dall’essere intrinseca, una motivazione interna al bambino, all’essere estrinseca, una motivazione che deriva dall’esterno. Pare evidente che in questo modo si forma una generazione di individui non abituati ad ascoltarsi profondamente, non avviati a valori profondi individuali ma semplicemente indotti a competere per ottenere una ricompensa (o per evitare una punizione). 

Il sistema di ricompense/punizione è alla base poi del “potere sulle” persone; in entrambi i casi infatti stiamo controllando la relazione in modo da costringere l’altro a fare ciò che noi vogliamo che faccia (o che il sistema vuole che delle persone facciano). 

La ricompensa è tanto coercitiva quanto la punizione.

Altro aspetto importante, è rendere partecipe l’altro della nostra relazione cioè “soggettivizzare” il nostro interlocutore, renderlo cioè soggetto attivo della nostra conversazione coinvolgendolo nel trovare una strategia risolutiva dopo aver ascoltato i bisogni di entrambi. 

Forzare infatti la persona a fare solo ciò che voglio io non produce altro che resistenza e dunque competizione e dunque lotta per il potere. Violenza produce violenza.

I genitori possono considerare i limiti del metodo delle ricompense e punizioni facendosi le due seguenti domande:

  1. Che cosa voglio che il bambino faccia in modo diverso? Questa domanda effettivamente può essere soddisfatta dalla minaccia di una punizione o dalla promessa di una ricompensa; in entrambi i casi, è possibile riuscire a forzare l’altra persona a fare quello che vogliamo nel modo in cui lo vogliamo. 
  2. Quali voglio che siano i motivi per i quali il bambino si comporti nel modo che desidero? Qui invece vengono i nodi al pettine per quanto riguarda la motivazione che scaturisce dal sistema di ricompense e punizioni, come abbiamo detto poco sopra. 

Esempi di metodi di colloquio genitore-figlio.

Nelle immagini successive (o meglio ancora nel video su You Tube al tempo 14:24), vediamo e ascoltiamo degli esempi secondo i 3 Metodi illustrati da Gordon. 

Ecco un esempio di colloquio tra un padre e una figlia secondo il I Metodo ossia quello che vede vincere il genitore e perdere la figlia:

E ora lo stesso colloquio visto questa volta però con il II Metodo cioè dove il genitore perde e la figlia vince: 

E infine lo stesso colloquio affrontato tramite l’empatia e l’accoglienza dei bisogni di entrambi gli interlocutori, secondo cioè la CNV di Rosenberg e il III Metodo di Gordon:

La forza. É sempre sbagliata usarla?

Infine,  l’uso della forza . É sempre sbagliato ricorrere alla forza? Si e no, dipende dalla motivazione sottintesa. Stiamo usando la forza in modo protettivo o punitivo? 

Nel primo caso, a fare la differenza, sono i pensieri della persona che usa la forza. Nella forza a scopo protettivo l’unico scopo è quello di proteggere i nostri cari da un pericolo imminente, soprattutto quando non c’è il tempo per dialogare con calma (ad es. se un bambino si sta gettando in strada). Nella forza a scopo protettivo inoltre, la consapevolezza è sui nostri bisogni (di sicurezza per l’incolumità dei nostri cari, nel caso del bambino precedente) ma non c’è giudizio sul fatto che l’altro sia buono o cattivo. 

Nella forza punitiva invece, c’è, di fondo, un giudizio, il fatto che l’altro abbia sbagliato. L’uso della forza punitiva è quello di far sì che l’altro si senta in colpa, magari inducendo in lui vergogna per quello che ha fatto, cosa che tra l’altro può produrre anche odio, auto-giudizio, bassa autostima e dipendenza dall’approvazione altrui.

Tra l’altro, come si vede nella foto a destra, l’uso della forza a scopo punitivo è facilmente appreso dai bambini come anche dimostrato dal famoso esperimento dello psicologo A. Bandura con la bambola Bobo con la quale fu dimostrato che il comportamento aggressivo dei bambini può essere appreso da questi per imitazione[5].

É facile usare la Comunicazione Non Violenta?

Ma  è così facile usare la CNV?  No, anzi, direi per niente. Perché? Prima di tutto perché siamo immersi in una società che ci ha condizionati così bene, fin dalla nascita, che probabilmente non riusciremo neanche a mettere in discussione le nostre credenze personali (come quella sull’efficienza del sistema ricompense/punizioni di cui sopra). 

Poi perchè effettivamente l’apprendimento della CNV, specie all’inizio, richiede impegno e tempo. Poche persone considerano che è tuttavia un investimento per il futuro: quanto tempo ed energie impieghiamo per le lotte di potere nelle relazioni coi nostri figli o col nostro partner? E quanto tempo ed energie sprechiamo per controllare che abbiano fatto quello che abbiamo loro imposto?

A favorire o meno l’assunzione della CNV sono poi i vissuti di ogni singolo genitore, la nostra storia personale, quanto siamo sensibili ai bisogni altrui oltre che ai nostri etc etc.

Sempre in relazione alla società nella quale siamo immersi poi, otterremo più sostegno da chi ci sta intorno se diremo che abbiamo punito o ricompensato nostro figlio perché si è comportato in un certo modo piuttosto che se diremo che abbiamo tentato di entrare in un rapporto profondo con lui. 

Da considerare inoltre i modelli relazionali disfunzionali che vengono veicolati attraverso i media e che inquinano il lavoro che stiamo cercando di fare nella relazione con i nostri figli. 

Possiamo però trovare sostegno presso una comunità che abbia i nostri stessi scopi e che ci faccia sentire meno soli in questa fase di cambiamento; il problema però, come sopra, è anche qui di tipo sociale: comunità di questo genere non sono certo diffuse sul territorio come dovrebbero e il più delle volte la partecipazione alle stesse comporta un esborso economico non indifferente per la famiglia. 

Ultima difficoltà nell’adozione della CNV, potrebbe essere rappresentata dalla diffidenza dei figli (o del partner) nei confronti di questo nuovo approccio probabilmente visto come un nuovo modo di manipolazione. Questo è particolarmente evidente con figli adolescenti o persone adulte le quali hanno, sulle proprie spalle, numerose esperienze di potere coercitivo e controllante operato da parte delle istituzioni (famiglia, scuola, lavoro etc). In questo caso bisogna armarsi di molta pazienza, energia, empatia e soprattutto amore. 

Cambiare le cose e dirigersi verso un nuovo stadio evolutivo non è mai facile e non è automatico. Sta a noi scegliere se combattere per portare qualcosa di nuovo e di buono alle generazioni successive e alle persone che ci stanno a fianco oppure continuare ad abbassare lo sguardo e procedere inconsapevolmente come prima. 

A noi la mossa successiva. 

Note e ringraziamenti.

  1. M. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri), 2018, Esserci Edizioni, pag. 119.
  2. Vangelo di Giovanni, 8,11
  3. Beebe e Lachmann, Infant Research.
  4. T. Gordon, 1970.
  5. https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_della_bambola_Bobo

Si ringraziano Mauro Pallotta e Tania Brunelli per l’aiuto datomi nella registrazione degli esempi di colloquio genitore-figlia.

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Albero_Bianco

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